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Comune di Imola

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I rinvenimenti preistorici conservati nel Museo Scarabelli

reperto archeologico : punta di frecciaIl museo comunale "Giuseppe Scarabelli" di Imola, situato nell'edificio di San Francesco in via Verdi 8, occupa un posto importante nella storia della scienza, sia perché rappresenta un raro caso di conservazione di un allestimento museale scientifico del secolo XIX, sia perché in esso sono conservati i risultati delle ricerche di Giuseppe Scarabelli (1820-1905), considerato il fondatore degli studi scientifici di preistoria in Italia oltre che un insigne studioso della geologia dell'Appennino.
Nel museo sono conservate numerose collezioni di interesse geologico e preistorico, molte delle quali rappresentano ancora oggi testimonianze fondamentali per la ricostruzione del passato preistorico del territorio imolese. Numerosissimi fossili provenienti dalle formazioni Marnoso-Arenacea, Gessoso-Solfifera e delle Argille Azzurre illustrano le forme di vita del lontano passato geologico del territorio imolese, che alcuni milioni di anni fa era occupato dal mare (che andò soggetto a periodi di disseccamento solo intorno a 6 milioni di anni fa, quando si depositarono i Gessi).
Le tracce più recenti del mare che occupava l'attuale pianura sono costituite dalle cosiddette Sabbie Gialle: si tratta di strati di sabbie, limi e argille che si sono deposti circa 7-800.000 anni fa in un ambiente di mare basso o di spiaggia, in cui le piene dei fiumi trasportavano resti scheletrici di animali che vivevano sull'adiacente terraferma, come testimoniano i fossili in essi raccolti di rinoceronti, elefanti, ed altri grandi mammiferi quali ippopotami, cervidi, bisonti.
Dai più antichi terreni alluvionali provengono i manufatti preistorici di pietra scheggiata raccolti da Giuseppe Cerchiari e Giuseppe Scarabelli; si tratta di strumenti come i raschiatoi o i bifacciali, prodotti intorno a duecentomila anni fa da comunità di cacciatori e raccoglitori del Paleolitico inferiore.

Altri manufatti di pietra presenti in museo, come le punte di freccia di selce scheggiata, o le lame di asce in pietra dura levigata, si datano invece tra ottomila e tremila anni fa, cioè al Neolitico e alle età dei metalli, periodo con il quale si diffondono l'agricoltura, l'allevamento e la lavorazione della ceramica e dei metalli. L'importante scavo archeologico praticato da Scarabelli sulla collina di Monte Castellaccio ha permesso di ricostruire in modo soddisfacente come era fatto un villaggio dell'età del bronzo, vissuto circa tremilacinquecento anni fa: le capanne, probabilmente non più di quindici, erano raccolte intorno ad uno spiazzo comune; nelle vicinanze si svolgevano attività di allevamento, agricole e artigianali. Le ossa rinvenute da Scarabelli documentano la presenza di cani, buoi, pecore, capre, maiali e cavalli, e anche di molti animali selvatici oggi scomparsi nella zona, come il lupo, l'orso, il cervo e il castoro. Nel villaggio con il bronzo si realizzavano ornamenti, armi e attrezzi come asce e falci, con l'osso e il corno punteruoli, spatole e zappette, con la ceramica una grande quantità di vasellame oltre a pesi (che servivano a tenere teso l'ordito degli antichi telai per tessere di tipo verticale) e fusaiole (sferette forate che erano fissate sul fuso, per facilitarne la rotazione durante la filatura).

Un'altra vetrina raccoglie i reperti del villaggio dell'età del bronzo di S. Giuliano di Toscanella, il cui scavo portò in luce non solo, come a Monte Castellaccio, molte ossa di animali e un gran numero di manufatti, ma anche resti scheletrici umani, provenienti da un gruppo di tombe dell'età del bronzo adiacente al villaggio. Resti di sepolture dell'età del bronzo furono individuati da Scarabelli anche nella grotta del Re Tiberio, cavità naturale che si apre nella Vena del Gesso nei pressi di Borgo Rivola. All'imboccatura della grotta, che domina dall'alto di una ripida parete rocciosa la valle del fiume Senio, sono presenti alcune vaschette scavate nella roccia, in cui ancora oggi si raccolgono le acque di stillicidio, che in età etrusco-italica e poi celtica, tra VI e IV secolo a.C., erano oggetto di un culto. Oltre alle statuette votive di bronzo, la grotta ha restituito centinaia di minuscoli vasetti di terracotta, forse utilizzati per il consumo rituale delle acque, probabilmente ritenute curative.


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